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Le Cottore e Sant'Antonio Abate
Testi dell'avv. Walter Cianciusi  maggiori info autore

Adesso non so, ma molti anni fa, quando una bestia da lavoro subiva un infortunio o moriva o quando un lupo sbranava degli animali o quando una stalla andava a fuoco, in paese subito si indagava per appurare se il 17 di gennaio di quell’anno il proprietario degli animali infortunati o della stalla avesse o meno sacrificato a S. Antonio. E se veniva a risultare che al sacrificio non s’era adempiuto, beh!, non v’era ragione di chiedersi il perché della cattiva sorte toccata al poveruomo. L’occasione era propizia per consentire ai vecchi del paese di ricordare i precedenti: nell’anno X, – trent’anni prima –, al Tale era capitato di vedersi bruciare la stalla; nell’anno Y il Talaltro aveva perduto i due buoi, sbranati da un orso; e sempre, nei casi riferiti, era venuto a risultare che i proprietari danneggiati non avevano offerto il sacrificio al Santo del 17 gennaio. 
 
Testimonio io stesso dei racconti dei vecchi (e scrivendo ne tramando la memoria), ma debbo aggiungere che anche mia nonna e mio zio Antonio versavano la loro quota di debito al Santo. Di animali da lavoro essi ormai non ne avevano più da molti anni e tuttavia, le loro coppette di granturco i miei parenti le versavano ugualmente. Avevo in casa anche uno zio prete e per la verità egli era uomo di molta cultura, laureato in filosofia ed in lingua ebraica antica, ottimo teologo, buon latinista e grecista e profondo conoscitore di letteratura: un dotto, insomma; ed egli si sforzava ogni anno di far capire al fratello ed alla mia nonna che l’usanza del sacrificio era di chiara marca pagana, che il rito era tutto pagano; che non si poteva far carico al Santo d’una cosi pervicace e proterva volonta di nuocere; che, poi, non avendo essi vecchi più alcun capo di bestiame, se non qualche gallinella che razzolava sul prato, la cui perdita poco avrebbe inciso sulle fortune familiari, era cessata per essi la materia del contendere: i discorsi non vennero mai a capo di nulla: l’impegno del sacrificio era preso e torto al Santo non se ne poteva fare. Intanto la tradizione, forse davvero pagana, persiste.
 
Ed io invito – non in casa mia, s’intende – tutti coloro che hanno tempo e voglia, e i cultori di tradizioni popolari, a documentarsi in loco. Certamente chi si recasse in paese per trascorrere la piacevole nottata, o anche solo la serata, non avrebbe a pentirsi: la gente e ospitale, le case dove bollono le « cottore » sono aperte ed i bar altrettanto, l’aria e dappertutto aria di festa. La festa ha inizio all’imbrunire del 16 gennaio. In alcune case del paese – ,sette, otto, attualmente, ma prima erano molte di più –, a quell’ora cominciano i preparativi.
 
Nel grande camino della cucina viene posto un grosso treppiede; su di esso un enorme caldaio (la « cottora ») e nel caldaio fino a sei coppe di granturco a cuocere in acqua e sale. Coppa: misura di volume, pari a Kg. 11 di grano. 28 Il fuoco e fatto con « nibbio », che e la voce locale del ginepro, e il ginepro brucia scoppiettando e diffonde intorno il suo aroma. E’ bello vedere questo grande fuoco scoppiettante, questo enorme caldaio da cui sale vapore e tra il fumo e il vapore indovinare la sagoma della massaia che rimescola il granturco con cucchiaioni di legno o col « maniero » della conca, mentre intorno, alla distanza che il calore del fuoco impone, i vecchi di casa e gli ospiti sacrificano, invece, abbondantemente a Bacco col vinello paesano, che frizza come il ginepro al fuoco. E intanto, nella saletta attigua, una fisarmonica e una chitarra, un mandolino e un violino – che, più di recente, in molti casi, sono sostituiti da un giradischi –, fanno musica per i giovani, che danzano, e col fumo, col vino, coi giri di valzer s’inebriano e cantano e ridono e bevono ancora. 
 
Poi d’un tratto, o quasi d’un tratto, la gran baldoria si placa; la comitiva di giovani emigra verso un’altra « cottora » per continuare in quel luogo il ballo sospeso, i canti e l’allegra libagione. Ma le comitive sono tante e mentre l’una lascia una casa gia un’altra arriva dall’altra « cottora », i giradischi e le orchestrine riprendono i suoni, e le pause, durante tutta la nottata, son sempre più rare e brevi. Il granturco, che una volta cotto prende il nome di « cicerocchi » (e infatti assomiglia ai ceci), bolle e la massaia e le donne del vicinato che hanno versato la loro quota di debito al Santo, vuotano le cottore del granturco cotto, cambiano l’acqua e riprendono a cuocere altro granturco. Quello cotto, sommariamente e avaramente condito con poco lardo, vien posto in bigonci in attesa della distribuzione, che avviene al mattino. 
 
L’ospite forestiero e il notabile del luogo hanno quasi diritto a un trattamento preferenziale. Si sa che il maialetto e stato ucciso da qualche giorno; le salsicce e i salami sono ancora freschi e spesso pendono appesi proprio in cucina perché il fumo del fuoco di legna li prosciughi e in certo modo li insaporisca. Il padrone di casa chiama la moglie « vaglio », ragazza, anche se lei ha settant’anni e indica una « fietta » (filza) di salsicce da mettere subito in padella per l’ospite d’onore. Vi può capitare, s’intende, di gustare le salsicce locali, ma non contateci molto, voi ospiti forestieri, perché allora veramente rimarreste delusi. Presso una « cottora », lo scorso anno, ho incontrato un amico, un professore di Avezzano, che nella saletta retrostante alla cucina era impegnato a scoprire il fondo d’un boccale di vino e si stimolava con un salamino piccante, duro come un osso, residuo dell’anno ancora precedente, e con « cicerocchi » conditi con sale, pepe, soffritto di ventresca ed aglio. « ecco da che risulta – mi disse – che S. Antonio era veramente il « genio del bene », il « nemico del demonio », come dice il canto popolare; infatti, non può essere che il genio del bene quello che ci consente di star qui a gustare questo salamino e questo vinello.
 
E noi, in definitiva, sacrifichiamo al Santo e lo ringraziamo libando e mangiando, pur parcamente, cose genuine. « E se a me e capitato, per. l’amicizia di cui questa famiglia mi onora, di avere più degli altri, tuttavia anche la semplice offerta dei « cicerocchi », fatta al popolo dei credenti e dei bisognosi, concreta ed esprime comunque un intento caritativo non trascurabile, ben meritevole dell’interessamento e della protezione del Santo, per la realizzazione dei desideri e delle speranze di questi tuoi concittadini ». Lo ringraziai anche a nome dei padroni di casa, ma siccome il professore era gia quasi « partito » e aveva dato inizio, con un tono patetico per niente giu30 stificabile, ad un discorso, prevedibilmente molto lungo, sul disinteresse degli studiosi di tradizioni popolari abruzzesi per le tradizioni della nostra Marsica, quasi che la Marsica non fosse Abruzzo o che la zona non avesse tradizioni da evidenziare, cosi lo lasciai a discutere con altri naturali del luogo, riservandomi di riproporgli il tema quando avesse la mente serena. Di tanto in tanto, durante la notte, alcune coppie di giovani lasciano il gruppo di cui fanno parte. Incontrando di nuovo quei ragazzi, più tardi, gli ingenui vorranno sapere com’e che si sono perduti ed essi saranno costretti a dire che sono andati a Villavallelonga a vedere cuocere la « panarda », che e fatta di fave bollite. 
 
La verità e ben altra, naturalmente, e gli ingenui faranno bene a farsi furbi almeno tanto da fingere di accettare la scusa. Cosi, senza che ve ne accorgiate, arriva l’alba. Arriva lietamente, perché le sedimentazioni di vinello hanno indotto almeno l’euforia e, coi giri di danza, hanno un po’ compromesso il senso dell’equilibrio. Il forestiero « sciolto », che durante la nottata avesse circuito la bella ragazzotta paesana intenta a mescolare i « cicerocchi », invano all’alba la cercherebbe nell’ambiente di casa. Essa e presso l’amica e non sarà quasi riconoscibile quando comparirà tutta imbellettata e vestita, starei per dire coperta con un graziosissimo costume locale vecchio di secoli, ma lucido e tirato a nuovo per l’unica sortita dell’anno.
 
La ragazza – una per ogni « cottora » – sembrerà essa stessa un trofeo e il forestiero «sciolto» rischierà davvero di prendersi una cotta solenne. Stia attento, pero, perché di solito la bella e promessa ad un vigilante giovane leone del luogo. All’alba ha inizio la seconda parte della festa. Da ogni casa del paese esce la massaia, portando la conca lucida e tutte si allineano, ed allineano a terra, avanti a loro, in doppia fila, le conche, sui lati della strada, per alcune centinaia di metri, al di qua e al di la della Piazza della Chiesa. Ad una cert’ora, verso le sei, da ogni « cottora » esce la bella in costume. Essa porta sul capo una conca lucida, addobbata in modo tale che non si riesce a capire come possano aver fatto a mettervi su tanta roba: nastrini, lustrini, a volte altarini completi di quadri del Santo, candele e festoni colorati e la ragazza incede dalla sua « cottora » verso la Piazza, seguita da altre giovani che recano sul capo altre conche, pulite ma non addobbate, e, avanti al corteo, un’orchestra e dietro un codazzo di sostenitori che cantano e fanno scoppiare castagnole, petardi e mortaretti, e ragazzi tutt’intorno che si urtano e intralciano la marcia al gruppo.
 
Il corteo di ogni « cottora » si rompe nei pressi della Piazza della Chiesa. Le giovani che seguivano la ragazza in costume adesso si dispongono sui due lati della strada e danno inizio alla distribuzione dei « cicerocchi »’. un mestolo per ognuna delle conche messe in fila, fino ad esaurire tutto il granturco cotto nella nottata. Le ragazze in costume, con la conca sul capo, sostano, invece, sulla piazza ed intorno ad ognuna suona un’orchestrina locale (dove sei, buon Gigetto degli anni trenta! ), e il gruppo dei sostenitori che plaude e vanta i pregi della favorita e denigra tutte le altre concorrenti. Intanto e annunciata la messa, e la giuria – perché da tempo era costituita una giuria locale – accede alla piazza ed esamina attentamente le conche addobbate e le ragazze in costume, per scegliere la conca vincente ed assegnare il titolo e il premio alla « cottora » che ha espresso la conca più bella. In verità, la giuria ogni anno designa e premia la « Miss Collelongo ». Il concorso e tra le bellezze locali, che mai si esporrebbero se non col falso scopo della conca e, decorose e venuste, si propongono al giudizio del pubblico: di tutto il paese, cioe, oltreche della giuria. E sono loro, le ragazze, che, divenute donne e ancora, poi, vecchie, si vanteranno ancora di essere state « la conca più bella » dell’anno tale. 
 
La festa finisce all’uscita dalla messa; all’ora, cioè, in cui di solito altrove la festa comincia. I ragazzi hanno ormai bisogno di riposare: i fumi delle cottore, mescolati ai fumi dell’alcool e all’odor di ginepro, debbono diradarsi e i muscoli distendersi. I « cicerocchi » ora son dati in pasto agli animali da cortile, ai quali il granturco era per lo più destinato. Ma i «cicerocchi» debbono essere almeno assaggiati da tutti: non sono poi tanto male, anche se sommariamente conditi. Assaggiandoli si fa un piacere al padrone di casa e ci si toglie di uno scrupolo col Santo, Ma io so che anni addietro, ancor prima della guerra, veniva gente dalla Valle Roveto a far provvista di « cicerocchi » e non certo per darli alle bestie; anche in paese se ne mangiava in molte case e per molti giorni, lieti di alimentarsi a spese altrui. In definitiva, era questo un modo diverso di far l’elemosina; e come altrove si usava e si usa ancora dare la « panetta di S. Antonio », a Collelongo s’usa dare i « cicerocchi ». Festa pagana, dunque, sarebbe tutta, la festa di S. Antonio a Collelongo, se non si considerasse che essa culmina nel rito della messa e con la benedizione degli animali, ma certo al rito pagano essa si riallaccia per vie non più indovinabili. 
 
E si ha un bel dire che il fuoco che l’immagine del Santo reca sulla mano e il fuoco della Fede e che il maialino che sta ai piedi del Santo allude alla vittoria sulle tentazioni: essi, i vecchi di Collelongo, crederanno sempre che quel fuoco che il Santo sembra quasi brandire e la minaccia costante per il loro bestiame, simbolizzato dal maialino, e che, se non si placa col sacrificio di poco o di tanto granturco, l’ira del Santo scoppierà inesorabile, Non era forse capitato di farne le spese, nel milleottocento e... anta, al Tal dei Tali? E allora, dico io, che male c’e a ricrederci noi, e dare ragione al vecchio che ha tanta esperienza e che proprio del suo dire fa un punto d’onore e... di fede; a farlo contento, infine, il nostro vecchietto, se questa sua convinzione ci ripropone, ancora dopo tanti secoli, un rito pagano e una nottata di allegra festa insieme agli amici Cogliete poi l’occasione, amici miei, per visitare in chiesa la statua del Santo, che e di pietra viva scolpita rudemente tanti secoli fa, quest’anno restaurata da un esimio scultore locale, che vive e lavora egregiamente a Roma; e che e indubbiamente opera di pregio, anche come stile non indegna di figurare tra le buone espressioni dell’arte di gusto moderno. Pubblicato sul quotidiano « Il Tempo » di Roma pagina marsicana.

Collelongo ( ritratto spirituale di un paese della marsica )

 
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